Le parole che si incontrano comprando pellet, spiegate in italiano. Ogni voce dice cosa significa e — soprattutto — se ti cambia qualcosa quando compri. Dove un termine è marketing e basta, c’è scritto.
Il prodotto
- Pellet
- Cilindretti di legno pressato, di solito 6 mm di diametro e 3-4 cm di lunghezza. Si ottengono macinando ed essiccando scarti di legno e comprimendoli ad alta pressione: è la lignina del legno stesso a tenerli insieme, senza colle. Un pellet fatto bene non contiene nient’altro che legno.
- Lignina
- La sostanza che nel legno fa da collante naturale. Sotto pressione si scalda e rammollisce, poi raffreddandosi lega insieme la segatura: è per questo che il pellet sta compatto senza bisogno di additivi chimici. Se qualcuno ti dice che il pellet è “incollato”, sta dicendo una cosa falsa o sta parlando di un prodotto fuori norma.
- Legno vergine
- Legno che non è mai stato trattato, verniciato, incollato o impregnato. È quello richiesto dalle classi A1 e A2. Bruciare legno trattato in una stufa domestica libera sostanze che non vuoi in casa, oltre a essere vietato.
- Conifera
- Abete, pino, larice. Legno tenero e resinoso: dà una fiamma vivace, si accende in fretta e lascia poca cenere. È il legno del pellet chiaro, il più diffuso in sacco.
- Latifoglia
- Faggio, quercia, betulla. Legno duro e denso: brucia più lentamente e la brace dura di più, ma in genere produce più cenere. Il confronto completo fra abete e faggio.
- Pellet chiaro
- Di norma conifera con poca o nessuna corteccia. Il colore chiaro è un indizio di legno pulito, non una garanzia: il colore non è una certificazione. Un chiaro senza marchio può essere qualunque cosa.
- Pellet scuro
- Può essere latifoglia, può contenere corteccia, oppure è semplicemente stato essiccato a temperatura più alta. Uno scuro certificato A1 è un buon pellet; uno scuro senza certificazione può contenere corteccia e residui, e la cenere si vede.
- Nocciolino di sansa
- Il frammento del nocciolo dell’oliva, separato dalla sansa. Costa meno del pellet e in Sardegna si trova, ma non è pellet: ha una combustione diversa, produce più cenere e più incrostazioni, e molte stufe lo escludono dalla garanzia. Prima di comprarlo, leggi il libretto della tua stufa.
- Cippato
- Legno sminuzzato in scaglie, non pressato. Costa molto meno al chilo ma occupa molto più spazio e serve una caldaia fatta apposta: non si mette in una stufa a pellet.
- Additivi
- La norma consente solo additivi naturali e in quantità minima (sotto il 2%), tipicamente amido di mais per migliorare la pressatura. Devono essere dichiarati. Un pellet certificato che non li dichiara non li contiene.
Qualità e certificazioni
- UNI EN ISO 17225-2
- La norma tecnica che definisce cos’è un pellet di legno e in quali classi si divide. Non è una certificazione: è il metro. Le certificazioni ENplus e DINplus verificano che quel metro sia rispettato.
- ENplus
- La certificazione più diffusa in Europa. Controlla il rispetto della norma su potere calorifico, umidità, ceneri, durabilità e assenza di additivi chimici, e verifica anche confezionamento e tracciabilità. Ogni azienda certificata ha un codice identificativo stampato sul sacco: quello è ciò che rende verificabile la certificazione. Come si legge una certificazione.
- DINplus
- Certificazione tedesca, con requisiti sostanzialmente equivalenti all’ENplus A1. Sul mercato italiano le due si trovano entrambe e valgono l’una l’altra: non c’è una migliore in assoluto.
- Classe A1
- La classe più pulita: ceneri sotto lo 0,7%, umidità sotto il 10%, solo legno vergine. È quella che quasi tutte le case costruttrici indicano per le stufe domestiche.
- Classe A2
- Ancora legno vergine, ma ceneri fino all’1,2%, quasi il doppio dell’A1. Spesso costa meno al sacco. Attenzione a un equivoco diffuso: la norma chiede lo stesso potere calorifico minimo ad A1 e A2, quindi passando ad A2 non consumi molto di più — svuoti il cassetto più spesso.
- Classe B
- Ceneri fino al 2%, ammette anche legno di recupero industriale non trattato. È pensata per impianti industriali: in una stufa domestica molte garanzie decadono.
- Potere calorifico inferiore (PCI)
- Quanta energia produce un chilo di pellet bruciando. Si misura in kWh/kg. La norma chiede almeno 4,6 kWh/kg; i pellet in commercio stanno tipicamente fra 4,7 e 5,1. Attenzione: è l’energia prodotta, non quella che arriva in casa — dipende dal rendimento della stufa.
- Contenuto di ceneri
- Quanta parte del pellet resta come cenere. È la differenza che si sente davvero: su una stagione da 3.000 kg, un A1 lascia circa 21 kg di cenere, un B circa 60. Sono secchi da svuotare, incrostazioni nel braciere e pulizie dello scambiatore.
- Umidità
- Quanta acqua contiene il pellet. La norma chiede sotto il 10%. Un pellet umido rende meno — parte dell’energia se ne va a evaporare l’acqua — e si sbriciola. È il motivo per cui il pellet va tenuto asciutto e sollevato da terra.
- Durabilità meccanica
- Quanto il pellet resiste senza sbriciolarsi durante trasporto e movimentazione. La norma chiede almeno il 97,5%. Bassa durabilità significa tanti fini nel sacco.
- Fini
- La polvere e i frammenti sul fondo del sacco. La norma ne ammette al massimo l’1%. Troppi fini intasano la coclea, sporcano il braciere e sono pellet che hai pagato e che non brucia bene. Un sacco con un dito di polvere sul fondo è un brutto segno.
Come si compra
- Sacco
- Il formato standard è da 15 kg. È il modo più caro al chilo, ma il più comodo se hai poco spazio o consumi poco.
- Bancale (o pedana)
- Il formato all’ingrosso: 65 sacchi da 15 kg, cioè 975 kg, avvolti e su un pallet di legno. Costa parecchio meno al chilo del sacco singolo, ma ti serve dove metterlo — asciutto e sollevato da terra. Sacchi, mezzo bancale o bancale intero: cosa conviene.
- Mezzo bancale
- Circa 30-33 sacchi. Non tutti i fornitori lo fanno, e di norma solo entro breve distanza: spezzare un bancale costa manodopera. Le fasce di consegna.
- Prestagionale
- Comprare mesi prima dell’inverno, quando la domanda è bassa e i depositi si riempiono. I prezzi al bancale sono in genere più bassi che a stagione avviata, e soprattutto trovi quello che cerchi: ad autunno inoltrato capita che una marca finisca e si prenda quello che c’è. L’avvertimento: se non hai un posto asciutto dove tenerlo, il risparmio te lo mangi in pellet rovinato.
- Minimo d’ordine
- La quantità sotto la quale un fornitore non si muove. Cresce con la distanza: sotto casa può bastare mezzo bancale, a settanta chilometri serve di norma un bancale intero.
- Consegna a bordo strada
- Il corriere scarica il bancale sul marciapiede con la sponda idraulica, e da lì in poi è affar tuo. È la modalità normale oltre i 70 km. Se hai bisogno che entri in cortile o salga di piano, va detto prima: cambia il mezzo e cambia il prezzo.
- Sfuso
- Pellet consegnato con autobotte e soffiato direttamente in un silo. Conviene solo a chi ha un silo e consumi alti: in Sardegna è raro sul domestico.
Stufe e caldaie
- Stufa a pellet
- Scalda l’ambiente in cui si trova, con l’aria. Braciere piccolo, quindi sensibile alla qualità del pellet: con un pellet cenerino va pulita spesso, e le incrostazioni possono spegnerla nel momento peggiore.
- Termostufa
- Una stufa che scalda anche l’acqua dei termosifoni o quella sanitaria. Consuma di più di una stufa ad aria, perché fa un lavoro in più.
- Caldaia a pellet
- Sostituisce la caldaia a gas o gasolio e alimenta tutto l’impianto. Spesso ha pulizia automatica del braciere e cassetto cenere capiente: tollera meglio le classi più basse rispetto a una stufa.
- Braciere
- Il cestello forato dove il pellet brucia. È il punto che si sporca per primo: se i fori si chiudono, l’aria non passa e la combustione peggiora fino allo spegnimento.
- Scambiatore
- La parte che trasferisce il calore dei fumi all’aria o all’acqua. Si sporca di cenere volatile: quando è sporco, il calore se ne va dal camino invece di entrare in casa.
- Coclea
- La vite senza fine che porta il pellet dal serbatoio al braciere. È dove i fini e i pellet troppo lunghi fanno danni.
- Rendimento
- Quanta dell’energia del pellet finisce davvero in casa invece che nel camino. Una stufa moderna sta intorno all’85-90%. È il motivo per cui un chilo da 4,8 kWh ne consegna circa 4,2: nei conti di questo sito usiamo l’87%.
Clima e consumi
- Zona climatica
- Una lettera da A a F assegnata a ogni comune italiano dal DPR 412/1993 in base al freddo. In Sardegna i comuni stanno fra la C e la E. Determina per legge quante ore al giorno e per quanti giorni si può tenere acceso il riscaldamento. Le zone climatiche sarde.
- Gradi-giorno
- Un numero che riassume quanto fa freddo e per quanto tempo in un comune. Più è alto, più serve riscaldare. In Sardegna si va da 744 (Carloforte, il più mite) a 2.394 (Pattada, il più freddo): fra i due il fabbisogno più che triplica. È il dato che rende ogni comune diverso dal vicino.
- DPR 412/1993
- Il decreto che assegna zona climatica e gradi-giorno a ogni comune italiano. È del 1993, e questo ha una conseguenza pratica: i comuni istituiti dopo — in Sardegna, per esempio, Padru — non ci sono, e per loro il dato ufficiale non esiste.
- DPR 74/2013
- Fissa, per ciascuna zona climatica, il periodo dell’anno e le ore giornaliere in cui è consentito accendere il riscaldamento. In zona C sono 10 ore al giorno dal 15 novembre al 31 marzo; in zona E sono 14 ore dal 15 ottobre al 15 aprile.
- Fabbisogno stagionale
- Quanto pellet serve in una stagione. Non esiste un numero valido per tutti: dipende da metratura, isolamento, abitudini e da quanto la stufa è l’unico riscaldamento. Su ogni pagina-comune trovi un intervallo calcolato sui gradi-giorno di quel comune, con tutti i passaggi in chiaro. Come si calcola.
- kWh
- L’unità dell’energia. Serve a confrontare combustibili diversi: un chilo di pellet ne produce circa 4,8, un metro cubo di metano circa 9,5, un litro di gasolio circa 10. Il confronto onesto si fa sul costo per kWh, non sul prezzo al chilo o al litro. Quanto costa il pellet in Sardegna.
Manca una parola che hai incontrato? Scrivici a info@evosistemi.com e la aggiungiamo. I valori di soglia citati vengono dalla norma UNI EN ISO 17225-2; zone climatiche e gradi-giorno dal DPR 412/1993.